L'economia americana continua a crescere, e nel primo trimestre gran parte di quella crescita è arrivata da un solo posto. Secondo una stima di Morgan Stanley, circa tre quarti dell'aumento del PIL è venuto dall'investimento legato all'AI, mentre, nella stessa ricostruzione, l'investimento non legato all'AI risultava in contrazione. Un solo motore acceso.
Nel giro di sei settimane, quel motore è entrato nel regime della munizione. Il 2 giugno un ordine esecutivo ha istituito un quadro per l'accesso anticipato del governo ai modelli di frontiera; il 12 giugno il Department of Commerce ha vietato agli stranieri l'accesso ai due modelli più capaci e Anthropic, non potendo verificarla in tempo reale, li ha spenti per tutti; il 14 luglio un clearinghouse guidato dal Tesoro cominciava a raccogliere e coordinare vulnerabilità scoperte anche con capacità frontier come Mythos, nel software che fa girare il mondo. L'asset che traina il PIL e l'asset che lo Stato tratta come arma sono lo stesso asset.
Un'arma, qui, non è ciò che spara. È una capacità che uno Stato può concedere, limitare o ritirare secondo i propri interessi: una tecnologia che entra in questo regime smette di essere un prodotto, diventa una munizione. E quando una capacità tecnologica è insieme motore della crescita, centro di gravità dei mercati e risorsa di sicurezza nazionale, nasce un regime nuovo: l'economia della munizione. L'AI non definisce questo regime: è la prima tecnologia che lo rende visibile.
Non è un'economia di guerra. Là la guerra riorganizza la produzione; qui una capacità nata nel mercato diventa insieme infrastruttura produttiva e risorsa strategica. Il suo valore dipende dalla redditività economica e dalla rilevanza geopolitica, e questa doppia natura avvicina gli incentivi di imprese, mercati e Stato senza bisogno di una regia.
La storia offre combinazioni parziali di questi elementi, ma non questa configurazione: un asset nato nel mercato che traina la crescita, domina gli indici ed è revocabile a distanza attraverso la giurisdizione sul produttore. Le ferrovie dell'Ottocento erano motore degli investimenti, centro delle borse e risorsa militare, ma il loro controllo richiedeva il possesso del territorio o dell'infrastruttura: nessuno Stato poteva revocarne a distanza l'uso attraverso il produttore. Il petrolio del Golfo univa economia e strategia, ma il controllo passava dal possesso della risorsa, delle rotte e dei territori; qui passa anche dalla giurisdizione sul produttore, che può revocare l'accesso a una capacità distribuita globalmente senza occuparne l'infrastruttura presso chi la usa. E i prodotti crittografici sottoposti negli anni Novanta alla categoria XIII della lista americana degli armamenti avevano il regime giuridico esatto, ma non quel peso economico. Più una variabile che i precedenti non possiedono: il software può essere copiato, il compute che lo rende capacità resta scarso.
Il circuito
La securitizzazione, la trasformazione di una tecnologia in questione di sicurezza nazionale, non è un'inferenza, è una strategia dichiarata: teorizzata in un bestseller da chi la costruiva, codificata in un ordine esecutivo, enunciata dai suoi esecutori. Ciò che nessuno ha progettato è il circuito economico che quella strategia ha innescato. La strategia politica è deliberata; gli effetti economici emergono da soli.
La catena di giugno lo mostra: l'allarme parte da Amazon, partner e investitore di Anthropic, arriva al Tesoro, produce l'export control, e si chiude un mese dopo con la sua capacità assorbita nel dispositivo di Stato. Ogni attore segue il proprio incentivo: Amazon segnala ciò che considera un rischio, il Tesoro interviene, l'azienda si conforma. I diciannove giorni di ricavi persi e il successivo disegno di legge bipartisan mostrano che non era un piano: il primo intervento ha imposto un costo all'azienda, il secondo, dopo che un modello di OpenAI è evaso dal proprio ambiente di test, prova a trasformare il kill switch da improvvisazione a infrastruttura giuridica. Dottrina chiara, strumenti raffazzonati: la firma di una strategia senza piano. Il kill switch non ha svalutato l'asset, lo ha certificato.
La transazione
Il teorico più esplicito di questo assetto, Alex Karp, pone il problema della contropartita: data una concentrazione di ricchezza tecnologica senza precedenti, cosa riceve il pubblico in cambio? La risposta si è materializzata da sola. Il pubblico riceve punti di PIL, rivalutazione degli indici, rendimento dei fondi pensione: i sette grandi titoli tecnologici della corsa AI pesano circa un terzo dell'S&P 500, e l'indicizzazione passiva distribuisce l'esposizione a chiunque abbia un piano previdenziale, senza averla scelta. È una transazione implicita che si autodisciplina: contestare il complesso significa contestare la propria pensione. Ed è una transazione regressiva: la contropartita è pagata in apprezzamento di asset, e negli Stati Uniti il dieci per cento più ricco detiene oltre il novanta per cento delle azioni, la metà più povera circa l'uno. Il consenso è distribuito per ampiezza, il beneficio per profondità.
Ma nella transazione c'è una clausola che nessuno ha firmato. Il settore è entrato nella fase in cui la corsa richiede investimenti che neppure gli enormi flussi di cassa interni bastano sempre a coprire: il capex degli hyperscaler assorbe una quota crescente dei ricavi e si finanzia sempre più anche con capitale e debito. Non è un'osservazione marginale: la Banca dei regolamenti internazionali avverte nel rapporto annuale che gli impegni degli hyperscaler stanno superando i loro utili e il loro free cash flow, e che la stessa scommessa massiccia, fatta da tutti simultaneamente, è una ricetta per il sovra-impegno collettivo. Alphabet mostra la dinamica nella sua forma più nitida: nel secondo trimestre free cash flow negativo per 5,9 miliardi, capex quasi raddoppiato, quasi 70 miliardi netti raccolti tra capitale e debito, mentre il titolo scendeva nonostante ricavi record. E il mercato del credito ha cominciato a prezzare la clausola: il costo di assicurarsi contro il default degli hyperscaler, scrive il Financial Times su dati Bloomberg, è salito ai massimi storici. La repubblica tecnologica realizzata non è un progetto di forza, è una posizione in cui rallentare costa più che accelerare. E vincola per primo chi l'ha costruita: non può più permettersi di sgonfiare l'asset che tiene accesa la crescita.
Il rovescio
Il caso cinese conferma la categoria in tre idee. Abbondanza dei modelli: esclusa dall'accesso alla capacità di frontiera americana, Pechino risponde regalando i pesi, e Kimi K3 rivaleggia con i modelli americani su compiti specifici. Scarsità del compute: pochi giorni dopo il lancio Moonshot sospende le nuove sottoscrizioni, la domanda supera i cluster, l'abbondanza del software sbatte contro la penuria del silicio. Condizionamento dell'apertura: Washington accusa Moonshot di distillazione, accusa contestata dagli esperti, e a Chengdu ventuno economie, Cina e Stati Uniti incluse, legano per la prima volta a livello ministeriale l'open source a garanzie di sicurezza. Le due economie convergono non sulla chiusura, ma sul principio che l'accesso debba essere governato; la differenza è quale strato ciascuna può permettersi di controllare.
L'Europa non ha un'economia della munizione, ed è insieme la sua debolezza e la sua libertà: non ha ancora legato la propria crescita a quella corsa, e conserva lo spazio per scegliere un altro contratto tra tecnologia e società. Ma compra capacità dentro il regime altrui, e giugno ha mostrato cosa significa. La dipendenza non consiste più nell'acquistare una tecnologia straniera. Consiste nell'organizzare la propria economia attorno a una capacità che un altro Stato considera parte del proprio apparato strategico. In quel momento il rischio non è più il prezzo. È la disponibilità.
Le informazioni e le opinioni espresse sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale delle istituzioni europee.