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Chi controlla l'interfaccia

L'industria promette la fine delle app: un'unica interfaccia conversazionale al posto della griglia di icone. Ma il gatekeeping non evapora, risale verso chi controlla il livello di mediazione. Dopo dati, calcolo e obiettivo, la mediazione è la quarta faccia della dipendenza e della sovranità.

Chi controlla l'interfaccia
Photo by ilgmyzin / Unsplash

La schermata di un telefono è una griglia di icone. Decine di applicazioni, ciascuna una porta separata verso un servizio, una banca, un giornale, una mappa, un negozio. Quella griglia è la mappa di un’economia frammentata e, per quanto scomoda, la frammentazione ha una virtù che tendiamo a non vedere: distribuisce il controllo tra migliaia di attori diversi. Da qualche tempo l’industria racconta che quella griglia è destinata a sparire. Al suo posto un’unica interfaccia conversazionale, un assistente a cui si chiede in linguaggio naturale ciò che si vuole e che si occupa del resto: prenotare, comprare, cercare, scrivere. Non si aprono più le app, si esprime un’intenzione. La promessa è la comodità, il rischio è la concentrazione.

In un articolo precedente ho provato a spiegare che cosa un sistema di intelligenza artificiale fa davvero, e perché non è neutro. Riduce pezzi di realtà a numeri, impara per approssimazioni successive e, per farlo, dipende da tre cose molto materiali: i dati, cioè la realtà già trasformata in numeri, la potenza di calcolo, e la definizione dell’obiettivo, cioè la scelta di quale problema il sistema debba risolvere. La conclusione in quella sede è stata che chi governa questa base materiale decide, in ultima istanza, cosa la tecnologia fa per lepersone e, in una certa misura, anche alle persone.

La possibile scomparsa della griglia di icone aggiunge una quarta faccia alla stessa dipendenza, e forse la più intima di tutte: la mediazione. Se l’intelligenza artificiale diventa l’interfaccia unica tra noi e ogni software, allora non conta soltanto chi possiede i dati, il calcolo e l’obiettivo, conta chi controlla il punto di contatto, il “luogo” in cui l’intenzione umana incontra la macchina. E qui accade una cosa che l’entusiasmo per la fine delle app tende a coprire. Il livello che sfuma non è il software, ma la sua interfaccia diretta con l’utente. Il controllo sull’accesso al software, invece, quello che in gergo si chiama gatekeeping, la funzione di guardiano che decide chi passa e a quali condizioni, non evapora. Risale di un piano.

Oggi quel controllo è distribuito in modo diseguale: il gatekeeping infrastrutturale è già concentrato in pochi passaggi decisivi, soprattutto sistemi operativi e app store, ma la relazione finale con l’utente resta distribuita tra migliaia di applicazioni e servizi. Un’interfaccia conversazionale universale potrebbe concentrare anche questo secondo livello: non soltanto l’accesso al dispositivo, ma la scelta quotidiana di quale servizio usare.

Quel potere finirebbe in mano a chi gestisce la relazione con l’utente e decide quali modelli, applicazioni e servizi interpellare. Chiamerò questo insieme livello di mediazione: l’interfaccia attraverso cui l’utente formula la propria intenzione, la memoria che ne conserva il contesto e il sistema che decide quali modelli, applicazioni e servizi attivare.

Chi produce il modello può coincidere con chi controlla questo livello, e le grandi piattaforme lavorano perché coincida. Ma non è inevitabile: modello, assistente, sistema operativo e orchestrazione dei servizi sono livelli tecnicamente separabili, e proprio questa separabilità, come vedremo, apre lo spazio per una risposta.

La domanda “ci servono davvero tante applicazioni” è, in superficie, una questione di comodità. Sotto, è la domanda politicamente più densa che questa tecnologia ci pone: chi controlla l’unica interfaccia che le rimpiazza? È lo stesso schema materialista, la stessa dipendenza dalla capacità di calcolo e dall’infrastruttura di cui ho già scritto, spostato dal piano dell’hardware a quello della mediazione quotidiana tra le persone e la tecnologia. Ed è il modo in cui una domanda apparentemente tecnica, sul futuro delle app, diventa una domanda sulla sovranità.

Una precisazione, prima di procedere: quella che segue non è la descrizione di un presente già compiuto. Le app non sono sparite e gli assistenti non hanno ancora sostituito il software. È la diagnosi di un movimento in corso, e la struttura che può portarlo a compimento, come vedremo, è già visibile. Per capire perché il potere si comporti così, perché il controllo sull’accesso al software “risalga di un piano” invece di disperdersi, conviene partire da una teoria elaborata tempo fa e che ha già descritto due volte questo stesso movimento.

Il meccanismo: perché il potere "risale di un piano"

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Photo by Peter Bryan / Unsplash

Del rapporto tra intelligenza artificiale e software si discute molto, ma quasi sempre attorno a due domande: se gli sviluppatori diventino più produttivi, e quanti posti di lavoro si perderanno. Sono domande legittime, e i dati che le riguardano sono più contraddittori di quanto il dibattito ammetta, ma restano all’interno di un perimetro che dà per scontato l’inverarsi di quel rapporto. La posta in gioco più grande, il controllo dell’interfaccia che media tra le persone e la tecnologia, ne resta fuori.

Per metterla a fuoco è a mio avviso utile richiamare una teoria che Ben Thompson formulò per la prima volta nel 2015, Aggregation Theory, e che da allora è diventata una delle chiavi di lettura più usate per capire l’economia di internet. L’idea è semplice e potente. Nell’economia pre-digitale il potere stava nel controllo della distribuzione: chi possedeva le rotative, le frequenze, gli scaffali decideva cosa arrivava al pubblico. Internet ha abbattuto il costo marginale della distribuzione digitale, e il potere si è spostato: non più verso chi controlla l’offerta, ma verso chi aggrega la domanda. Chi possiede la relazione con l’utente, chi può considerarsi “il punto da cui l’utente parte”, può rendere intercambiabili tutti i fornitori a valle, e imporre loro le proprie condizioni di mercato.

Nella storia recente è possibile cogliere numerosi esempi di questo stesso movimento “a ritroso”. La “funzione ricerca” lo ha fatto agli editori: Google non ha mai scritto una notizia, ma essendo il punto da cui si parte per reperire le notizie in rete ha reso i giornali, dal punto di vista dell’accesso, fornitori tendenzialmente sostituibili di contenuto, catturando il valore della mediazione. L’App Store lo ha fatto al software: Apple non scrive la maggior parte delle applicazioni che distribuisce, ma per anni ha controllato l’unico canale autorizzato di distribuzione sull’iPhone e ha potuto imporre agli sviluppatori le sue regole e la sua commissione. Il DMA ha cominciato ad aprire canali alternativi nell’Unione europea, e il precedente resta istruttivo due volte: mostra quanto potere derivi dal controllo del punto di accesso, e mostra che quel controllo può essere reso contendibile per via regolatoria. In entrambi i casi il livello sottostante non è sparito, i giornali esistono ancora (come i loro editori), le app pure (così come i loro sviluppatori effettivi). È il potere di definirne le condizioni stesse di esistenza che si è spostato verso l’alto, verso l’aggregatore di domanda.

L’interfaccia conversazionale si profila come il terzo atto della stessa storia e il più radicale. Quando l’interazione con la tecnologia passa dal navigare menu al delegare obiettivi, quando all’assistente si dice “prenotami un tavolo” invece di aprire l’app del ristorante, l’aggregazione non riguarda più una categoria di contenuto o una piattaforma, riguarda l’intenzione umana in quanto tale. L’assistente diventa il punto da cui si parte per qualunque cosa, e tutto ciò che sta dietro, servizi, applicazioni, cataloghi, diventa fornitura intercambiabile. Le app non muoiono, retrocedono: da interfacce con un rapporto diretto con l’utente a servizi di backend che rispondono alle chiamate del modello, visibili solo se e quando l’aggregatore decide di interpellarle, alle condizioni che l’aggregatore fissa.

A questa previsione va però tolta subito la patina di inevitabilità tecnica, perché su un punto l’entusiasmo corre più veloce della sostanza. Il linguaggio naturale è bravissimo a esprimere l’intento, ma non può sostituire la semantica formale ed eseguibile di cui il software è fatto: lo stato, i modelli di dati, la retrocompatibilità, le garanzie di correttezza non vengono meno perché l’utente parla invece di cliccare. Chi ha analizzato con serietà l’ipotesi del software “usa e getta” generato al volo è arrivato alla stessa conclusione: appena si pretende robustezza, la parte effimera si riduce ai dettagli di superficie e tutto ciò che fa funzionare il sistema resta persistito, ingegnerizzato, mantenuto. Il software, quindi, non sfuma. Ma questa obiezione, che sembra ridimensionare la tesi, in realtà la rafforza: se il livello del software resta, e ciò che cambia è soltanto chi ne controlla l’accesso, allora la posta in gioco principale non è la scomparsa del software, ma il potere di mediazione sul suo accesso. Il valore non si sposta perché il software scompare, si sposta perché scompare la relazione diretta tra chi il software lo fa e chi lo usa.

E c’è una ragione precisa per cui questa volta l’aggregatore è più difficile da contendere che in passato. Google si poteva evitare digitando l’indirizzo di un sito, l’App Store aveva almeno l’ecosistema Android come alternativa, per quanto dentro un altro modello chiuso. Un’interfaccia che assorbe l’intenzione, che impara le abitudini, che accumula il contesto di chi la usa, alza costi di uscita di natura nuova: cambiarla non significa cambiare fornitore, significa ricominciare a farsi conoscere da capo. Il lock-in non riguarda soltanto i dati conservati, ma le preferenze inferite, le autorizzazioni concesse, le routine costruite e la storia attraverso cui l’assistente ha imparato a interpretare richieste sempre più implicite. È il tipo di posizione che l’economia chiama, con understatement, difficile da contendere. Il diritto europeo ha per queste posizioni una parola più onesta.

Il precedente giuridico: il gatekeeping non è una metafora

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Photo by Henning Kesselhut / Unsplash

Il gatekeeping, in Europa, non è una figura retorica. È una categoria giuridica, con criteri quantitativi, obblighi e sanzioni. Il regolamento sui mercati digitali, il Digital Markets Act, consente alla Commissione di designare come gatekeeper le imprese che forniscono i “core platform services”, i servizi di piattaforma che fungono da porta di accesso, gateway, tra le imprese e gli utenti finali. La lista dei servizi coperti è istruttiva, perché è la mappa esatta dei livelli di mediazione che il potere ha occupato nelle epoche precedenti: i motori di ricerca, i sistemi operativi, gli app store, i browser, i social network, i servizi di intermediazione. Ogni voce di quell’elenco è un capitolo della storia raccontata sopra, un punto in cui la domanda si è aggregata e il potere si è concentrato abbastanza da richiedere una risposta normativa.

E l’elenco contiene già la voce che ci interessa: gli assistenti virtuali sono tra i core platform services previsti dal regolamento fin dalla sua adozione. Il legislatore europeo, in altre parole, aveva già previsto nel 2022 la possibilità che l’assistente conversazionale diventasse un gateway come lo erano stati la funzione ricerca e gli app store. Non risulta, a oggi, una designazione autonoma di un assistente conversazionale come core platform service, per ragioni che tengono insieme le soglie quantitative, la classificazione dei servizi e l’integrazione degli assistenti dentro piattaforme già designate, ma la casella esiste, in attesa di essere riempita.

Il punto è che la tecnologia sta correndo verso quella casella più in fretta di quanto le soglie riescano a misurare, anche perché le soglie quantitative, centrate soprattutto sulla scala economica e sul numero di utenti, rischiano di non cogliere la qualità dell’intermediazione: quante intenzioni un assistente cattura, quanto contesto personale accumula, quanto può orientare la scelta dei servizi a valle, quanto le imprese che vi transitano dipendono da esso per raggiungere i propri clienti.

La prima revisione del regolamento, pubblicata dalla Commissione nell’aprile 2026, ha confermato l’impianto, ha riconosciuto che i servizi di intelligenza artificiale possono già ricadere nel regolamento quando sono integrati in servizi designati o, se distinti, essere valutati come assistenti virtuali, e ha dichiarato di voler esplorare come il DMA si applichi all’intelligenza artificiale e al cloud, e il Parlamento, attraverso la commissione per il mercato interno, ha chiesto esplicitamente di monitorare da vicino i servizi di intelligenza artificiale, osservando che sono strettamente interdipendenti con i servizi cloud già coperti.

E non si tratta più soltanto di esplorazioni. A novembre 2025 la Commissione ha aperto indagini di mercato su Microsoft Azure e Amazon Web Services e, il 25 giugno 2026, ha comunicato la propria posizione preliminare: entrambi dovrebbero essere designati gatekeeper, prima applicazione del regolamento all’infrastruttura cloud. Due dettagli rendono il passaggio importante per l’argomento di questo pezzo. Il primo: la posizione poggia su una valutazione qualitativa, lock-in, alti costi di cambio, estensione degli ecosistemi, e non sulle soglie quantitative del regolamento, che i due servizi non raggiungono, a conferma che la qualità dell’intermediazione può pesare più della grandezza misurabile. Il secondo: tra le ragioni indicate figura esplicitamente il peso crescente degli strumenti e delle partnership di intelligenza artificiale nelle decisioni di acquisto del cloud. La decisione finale non è ancora adottata, ma la direzione è chiara: il diritto europeo sta già leggendo il collegamento tra l’infrastruttura e il nuovo livello di mediazione.

La discussione, cioè, non è più se i servizi di intelligenza artificiale possano esercitare funzioni di gatekeeping, ma come qualificare i diversi livelli, il modello, l’assistente, il sistema operativo, l’orchestrazione, e quando applicare loro gli strumenti che esistono. Chi presenta l’interfaccia conversazionale come uno spazio nuovo e inesplorato, estraneo alle categorie della regolazione, non vede o preferisce non vedere che le categorie della normativa europea esistente sono già capaci di qualificare funzionalmente questi nuovi servizi: sono state scritte proprio osservando come questo movimento è andato a finire le due volte precedenti.

C’è però una differenza tra le epoche passate e questa, e conviene dirla con chiarezza perché è la ragione per cui la cornice giuridica, da sola, non basta. Il DMA è stato scritto contro aggregatori che erano già maturi, dopo quindici anni di posizioni consolidate, quando, volendo usare il vecchio detto, i buoi erano oramai usciti da tempo dalla stalla. Con l’interfaccia conversazionale la finestra è diversa: la concentrazione si sta formando adesso, sotto gli occhi di tutti, e i dati per descriverla non mancano.

Il fatto: la nuova mediazione nasce in un mercato già concentrato

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Photo by Joshua Hoehne / Unsplash

Se il potere risale verso il livello dei modelli, la domanda empirica è come quel livello sia fatto. E la risposta, documentata ormai da un corpo consistente di analisi istituzionali, è che presenta già una struttura oligopolistica, strettamente intrecciata con l’infrastruttura che le sta sotto.

L’autorità britannica per la concorrenza, la CMA, dopo la sua revisione sui foundation model è passata dalla curiosità alla preoccupazione, e ha descritto un “web interconnesso” di oltre novanta tra partnership e investimenti strategici che ruotano attorno agli stessi nomi, Google, Apple, Microsoft, Meta, Amazon, Nvidia, le stesse imprese che già detengono le posizioni di gatekeeping dell’epoca precedente. Non è un caso né un complotto, è struttura: lo sviluppo dei modelli più capaci richiede costi fissi molto elevati, accesso privilegiato al calcolo e distribuzione su vasta scala, condizioni che generano forti economie di scala e premiano gli attori già integrati nei grandi ecosistemi digitali. In mercati così fatti la concentrazione non è una possibile degenerazione, è una tendenza strutturale.

Sotto il livello dei modelli sta il calcolo, e lì la concentrazione è ancora più netta. L’autorità britannica, a conclusione della sua indagine di mercato, ha riconosciuto ad AWS e Microsoft un significativo potere di mercato nel cloud e ha documentato barriere al cambio di fornitore, costi di uscita dei dati e pratiche di licensing; la risposta arrivata nel 2026 è stata più selettiva della diagnosi, ma la motivazione è essa stessa una conferma della tesi di questo pezzo: agire ora serve a evitare che il potere accumulato nel cloud si trasferisca ai mercati emergenti dell’intelligenza artificiale. Il dato più eloquente, tuttavia, è come i due livelli si siano saldati tra loro: l’investimento di Microsoft in OpenAI è nato attorno a un rapporto cloud privilegiato, e Anthropic ha costruito partnership infrastrutturali profonde prima di tutto con Amazon, poi con Google e più di recente con Microsoft e Nvidia. Il livello che produce i modelli e il livello che possiede il calcolo non sono due mercati semplicemente contigui: stanno diventando un unico sistema di dipendenze incrociate. Chi ha avuto modo di leggere il mio precedente articolo riconoscerà il fondamento: secondo le stime di Epoch AI, circa tre quarti della performance globale dei grandi cluster GPU per l’intelligenza artificiale si trova negli Stati Uniti, mentre l’Unione europea si ferma attorno al cinque per cento. L’interfaccia poggia su quel sottosuolo.

Questa concentrazione produce anche una fragilità sistemica: se un numero sproporzionato di imprese e servizi dipende dagli stessi pochi fornitori di modelli e di calcolo, il guasto o la sospensione di uno solo si propaga lungo l’intera catena. La concentrazione non è solo una questione di chi comanda, è una questione di che cosa succede quando il punto unico di passaggio si ferma.

E c’è un caso che vale più di ogni statistica, perché mostra gli effetti negativi che questa dipendenza può avere nel punto più sensibile di tutti, la sicurezza delle infrastrutture critiche. Nell’agosto 2025 si è conclusa la AI Cyber Challenge della DARPA, la competizione con cui il governo americano ha dimostrato che sistemi autonomi possono trovare e correggere vulnerabilità in software rilevante per le infrastrutture critiche. Secondo i risultati presentati dalla DARPA, nella finale i sistemi hanno individuato 54 delle 63 vulnerabilità sintetiche previste dalla gara e ne hanno corrette 43, oltre a scoprire 18 vulnerabilità reali in progetti open source di larga diffusione, come riportano anche le ricostruzioni successive. Un risultato notevole, presentato come un passo verso la difesa automatica del software da cui tutti dipendiamo. Ma quei sistemi sono nati e cresciuti dentro un ecosistema sostenuto materialmente da crediti, modelli e competenze forniti da Anthropic, Google, OpenAI, Microsoft e altri partner. Perfino l’esercizio con cui uno Stato dimostra di poter difendere le proprie infrastrutture critiche è stato reso possibile, nella sua fase di sviluppo, da risorse e modelli forniti dagli stessi pochi attori privati che dominano il livello dei foundation model. Ed è vero che i sistemi finalisti sono stati rilasciati come software aperto, ma aperto è il sistema costruito attorno ai modelli, non il livello dei modelli da cui dipende. La trasparenza del codice applicativo non elimina la dipendenza dal livello che gli sta sotto. Il caso mostra che perfino un programma pubblico americano dedicato alla sicurezza del software critico è stato sviluppato attingendo alle risorse dei pochi attori che dominano i modelli e il calcolo. Per paesi e istituzioni con capacità industriali inferiori, questa dipendenza è verosimilmente ancora più marcata.

Questo è il piano su cui il potere sta risalendo. Non un mercato aperto e conteso in cui l’interfaccia migliore vince, ma un livello che si sta consolidando attorno a pochissimi attori, verticalmente integrato con il calcolo, geograficamente concentrato soprattutto negli Stati Uniti.

Conviene però precisare che, sebbene questi fenomeni possano essere spiegati ricorrendo alla stessa teoria, si trovano in fasi diverse di realizzazione: l’aggregazione della ricerca e degli app store è il già accaduto, la concentrazione del livello dei modelli è ciò che sta accadendo oggi, l’interfaccia unica è ciò che rischia di accadere domani.

La fine della griglia di icone, vista sotto questo profilo, quindi, non è la liberazione dell’utente dalla frammentazione, ma è il trasferimento della relazione diretta con l’utente da migliaia di applicazioni e servizi in concorrenza tra loro a una manciata di intermediari capaci di decidere quali di quei servizi rendere visibili e a quali condizioni: guardiani che il diritto non ha ancora qualificato come tali.

La recinzione: lo stesso schema, un piano più in alto

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Photo by Bruno Guerrero / Unsplash

C’è una parola che sintetizza questo meccanismo, e viene dalla studiosa che più a fondo ha guardato dentro la materialità dell’intelligenza artificiale. Kate Crawford, in Atlas of AI, sostiene una tesi volutamente provocatoria: l’AI non è né artificiale né intelligente, è un’industria estrattiva, fatta di risorse naturali, lavoro, infrastrutture e logistica, e le sue infrastrutture riflettono le convinzioni e servono gli interessi di un gruppo molto piccolo di persone. Lo schema che identifica ha un nome preso dalla storia economica: recinzione, enclosure, il processo con cui le terre comuni inglesi furono trasformate in proprietà privata. Il risultato, scrive, non è la democratizzazione dell’intelligenza ma la recinzione della sovranità.

Ritengo che sia una parola efficace a rendere l’idea perché descrive esattamente la natura del movimento in corso sull’interfaccia. La capacità di farsi capire da una macchina in linguaggio naturale, di farsi spiegare, tradurre, assistere, nasce da un patrimonio cognitivo largamente collettivo: testi, immagini, software e conoscenze prodotti da generazioni di persone, insieme a decenni di ricerca spesso finanziata pubblicamente. La trasformazione di quel patrimonio eterogeneo in un servizio posseduto, erogato attraverso un’infrastruttura privata, ottimizzato verso obiettivi decisi altrove, è una forma contemporanea di recinzione: qualcosa che apparteneva al paesaggio comune diventa un terreno con un cancello che ha un proprietario determinato.

Nel mio articolo precedente scrivevo che chi governa la base materiale (dati, calcolo e obiettivo) decide in ultima istanza che cosa la tecnologia può fare per le persone, ma anche che cosa può fare alle persone.

La mediazione porta questa conclusione un piano più in alto e la rende quotidiana.

Chi controlla l’interfaccia unica non decide necessariamente come ogni modello è stato addestrato, ma decide quali modelli impiegare, quale contesto fornire loro, quali servizi rendere accessibili. Decide che cosa vediamo quando chiediamo, quali servizi ci vengono proposti e quali restano invisibili, quali risposte sono possibili e quali no, in quale ordine il mondo ci viene presentato. È il potere che avevano la ricerca e gli app store, ma esteso dall’accesso all’informazione e al software all’intero spettro dell’intenzione umana, e reso più opaco, perché una risposta generata non ha una pagina dei risultati da ispezionare, non ha una classifica visibile di cui discutere, non lascia vedere ciò che ha scartato.

E la recinzione non si ferma all’uso, tocca anche la produzione. Uno studio pubblicato da Anthropic sui propri dati d’uso degli strumenti di coding agentico, con i limiti propri di uno studio condotto da un fornitore sui dati d’uso del proprio prodotto, suggerisce che la riuscita non dipende soltanto dal saper programmare, ma da quanto bene si conosce il problema che si sta risolvendo: gli agenti non sostituiscono la competenza di dominio, la premiano. Letto in controluce, è un dato sulla distribuzione del potere: se scrivere software diventa descrivere ciò che si vuole, il valore tende a dividersi tra chi possiede la competenza di dominio e chi controlla il livello orizzontale attraverso cui quella competenza viene trasformata in software. Il primo cambia in ogni settore, il secondo può servire contemporaneamente tutti i settori. Ogni sviluppatore, impresa o amministrazione che costruisca stabilmente attraverso un’interfaccia proprietaria trasferisce valore e dipendenza, in misura diversa, a chi controlla il piano di mediazione. La rendita della recinzione si preleva a monte di tutti.

Questo è il punto in cui la questione smette di essere una curiosità di economia industriale e diventa ciò che il titolo di questo pezzo promette. La sovranità, nella sua definizione più concreta, è la capacità di decidere delle condizioni materiali in cui una comunità lavora, impara, esercita i propri diritti. Se il punto di contatto tra le persone e l’intera sfera digitale, il luogo dove si forma ciò che sanno, ciò che comprano, ciò che chiedono, appartiene a una manciata di attori privati fuori dal controllo industriale europeo e soggetti a centri decisionali collocati in altre giurisdizioni, per quanto regolati quando operano nel mercato europeo, allora la recinzione della sovranità non è una metafora accademica. È una descrizione tecnica dello stato delle cose.

La risposta: una mediazione aperta e contendibile

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Photo by Earl Wilcox / Unsplash

Se la diagnosi è giusta, la risposta non può essere né il rifiuto di questa nuova tecnologia né la speranza che il mercato che la sta sviluppando si auto-corregga, perché un mercato caratterizzato da forti economie di scala, integrazione verticale e alti costi di ingresso difficilmente si corregge da solo.

La risposta va ricercata, allora, dove la posta in gioco più alta è stata individuata: nel controllo e nel governo del livello di mediazione. E qui, come al solito, i piani sono due, uno tecnologico e uno politico, e vanno tenuti insieme.

Il piano tecnologico ha un nome preciso: software malleabile. Il laboratorio indipendente Ink & Switch, in uno dei saggi più lucidi degli ultimi anni, ricorda che la promessa originaria del personal computing era una nuova “creta”, uno strumento che ciascuno potesse plasmare sui propri bisogni, e che quella promessa è stata tradita: abbiamo avuto elettrodomestici, costruiti lontano, sigillati, immodificabili. L’intelligenza artificiale, osservano, può ancora andare in entrambe le direzioni: può completare la trasformazione dell’utente in consumatore di un servizio chiuso, oppure può essere la tecnologia che finalmente rende la “creta” accessibile, perché abbassa come mai prima la barriera tra avere un bisogno e costruirsi lo strumento che lo soddisfa. La differenza tra i due esiti non sta nel modello, sta nell’architettura attorno: strumenti che l’utente può ispezionare, ricombinare e modificare, dati che restano suoi, componenti che si parlano attraverso standard aperti invece che attraverso un solo cancello. È la stessa distinzione che altrove ho fatto tra i due esiti dell’algoritmo di gestione del lavoro: la tecnologia è identica, il controllo no.

Il piano politico è il territorio dell’infrastruttura pubblica digitale, e l’Europa, qui, ha più esperienza di quanta si pensi comunemente. Un’infrastruttura pubblica digitale è una base comune, governata democraticamente, su cui il pubblico e il mercato costruiscono i loro servizi: l’India lo ha fatto con i pagamenti di UPI, il Brasile con PIX, l’Europa lo sta facendo con il portafoglio europeo di identità digitale e, sul terreno del digital currency, con l’euro digitale, di cui ho scritto in un pezzo dedicato. E vale la pena guardare l’esempio del portafoglio da vicino, perché è più pertinente di quanto sembri.

Il portafoglio europeo di identità è un livello di mediazione sottoposto a regole pubbliche: è progettato per collegare il cittadino a una pluralità di servizi pubblici e privati attraverso standard comuni che chiunque può implementare, senza affidare a una singola piattaforma privata il controllo dell’intero ecosistema. La sua qualità pubblica sta nella governance, nella certificazione e nell’interoperabilità, non necessariamente nella proprietà del codice o dell’operatore. Offre un precedente istituzionale concreto: una funzione di mediazione può essere progettata e governata come infrastruttura comune e non come rendita, anche quando la sua implementazione coinvolge attori pubblici e privati. E il modello non è teoria: UPI e PIX mostrano che infrastrutture governate attraverso regole e componenti comuni possono operare su scala di centinaia di milioni di persone, mentre il portafoglio europeo, che gli Stati membri renderanno disponibile entro la fine del 2026, prova a trasferire una logica simile, con caratteristiche proprie, al livello più delicato di tutti, l’identità dei cittadini.

Portare questa logica all’interfaccia conversazionale non significa pensare a un “ChatGPT di Stato”, che sarebbe la risposta sbagliata a una domanda giusta. Significa agire su tre leve: l’architettura, la capacità pubblica, la regolazione.

La prima leva è l’architettura, ed è la più importante, perché tutta la diagnosi di questo pezzo dice che l’architettura conta più della proprietà del singolo componente. Un’interfaccia realmente contendibile dovrebbe permettere all’utente di cambiare modello senza perdere memoria e configurazioni, scegliere quali servizi possano essere interpellati, verificare perché un fornitore sia stato selezionato, trasferire identità, autorizzazioni e abitudini a un altro assistente. E la separabilità deve valere anche verso i servizi a valle: servono protocolli aperti per descrivere le capacità dei servizi, autorizzarne l’uso, invocarli e restituirne una traccia verificabile, protocolli che nella pratica del settore stanno del resto già emergendo, altrimenti si potrà sostituire il modello, ma non il sistema che decide quali servizi esistono, quali possono essere chiamati e a quali condizioni. La sovranità dell’utente non coincide con la proprietà pubblica di ogni componente: consiste nella possibilità effettiva di sostituirli.

La seconda leva è la capacità pubblica. Apertura piena significa rendere ispezionabile il processo, non solo distribuire i pesi. Le iniziative pubbliche europee vanno in questa direzione con gradi diversi di apertura, da progetti pienamente riproducibili come Apertus a modelli sostenuti pubblicamente ma distribuiti con condizioni più restrittive, passando per ALIAMinerva e GPT-NL. Nessuno di questi progetti è, da solo, un’alternativa nel livello di mediazione, perché un modello aperto è una componente, non un’interfaccia. Ma sono componenti sostituibili e ispezionabili fino alle scelte, non solo fino al risultato, su cui costruire assistenti aperti, evitando che la mediazione dipenda da un unico modello proprietario. Sui pesi aperti commerciali vale la cautela che ho già argomentato: aprire i pesi democratizza l’uso, non la produzione, e ora si può aggiungere il piano che mancava: non democratizza nemmeno la mediazione, perché se l’interfaccia che aggrega l’intenzione resta di un solo attore, la ricentralizzazione avviene comunque, un piano sopra i pesi. Alla stessa leva appartiene il procurement pubblico, che il “pacchetto sovranità” della Commissione ha finalmente impugnato: può fare per l’interfaccia ciò che ho sostenuto debba fare per l’addestramento, non comprare scatole chiuse, ma imporre condizioni di interoperabilità, auditabilità e portabilità del contesto dell’utente, con la possibilità di sostituire il modello sottostante senza perdere tutto. È il modo in cui la domanda pubblica crea mercato per l’architettura contendibile della prima leva. E alla domanda pubblica può affiancarsi l’entrata pubblica: una tassazione adeguata delle rendite digitali generate in Europa, con il gettito destinato alla politica industriale e alla costruzione di alternative europee, aiuti di Stato compresi dove giustificati.

La terza leva è la regolazione. La cornice del gatekeeping va tenuta pronta: la casella degli assistenti virtuali esiste, i criteri per riempirla vanno adeguati a un aggregatore la cui forza non si misura solo in utenti registrati, ma anche in intenzioni catturate e contesto accumulato, e questa volta, come mostra il caso del cloud, la regolazione può arrivare mentre la posizione si forma, non quindici anni dopo. Né questa impostazione rinuncia all’arma strutturale del diritto della concorrenza, lo smembramento: la tiene come ultima istanza. La separabilità della prima leva ne è, in prospettiva, la trasposizione ex ante, impedire che i livelli si saldino in un blocco unico invece di spezzarlo a danno fatto, e fornisce insieme la mappa lungo cui un eventuale smembramento futuro dovrebbe tagliare. Il DMA, del resto, prevede già rimedi strutturali, fino alla cessione di attività, per i casi di inosservanza sistematica.

Le tre leve, infine, presuppongono una condizione a monte: che nel mercato sottostante venga mantenuto un grado sufficiente di pluralismo, un compito che appartiene al diritto della concorrenza e a un DMA applicato con più ambizione dell’attuale. Nessuna di queste tre leve, da sola, ferma il movimento che ho descritto, e non è questo il punto. Il punto è impedire che il movimento si compia senza alternativa, perché è l’assenza di alternativa, non l’esistenza dell’aggregatore, a trasformare una posizione di mercato in un potere quasi costituzionale di fatto: la capacità privata di stabilire le condizioni attraverso cui persone e imprese accedono a una parte crescente della sfera digitale. La griglia di icone, con tutti i suoi difetti, un’alternativa la offriva sempre: un’altra app, un altro store, il browser. Il compito politico dei prossimi anni è fare in modo che anche l’interfaccia conversazionale ne abbia una, pubblica, aperta o malleabile che sia.

Ho chiuso il mio precedente articolo scrivendo che la domanda non è tecnologica, è politica. Questo pezzo aggiunge una specificazione: è anche la domanda più antica della politica, quella su chi controlla i controllori. L’intelligenza artificiale come interfaccia universale può diventare un guardiano di portata senza precedenti tra le persone e il mondo delle loro possibilità. Decidere come distribuirne e governarne il controllo mentre quella posizione si sta ancora formando, invece di limitarci a constatarne gli effetti dopo, è la differenza tra scegliere e subire. Ancora una volta, tra sovranità e recinzione.

Le informazioni e le opinioni espresse sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale delle istituzioni europee.